Nessuno escluso: il manifesto

puoi scaricare il documento in formato pdf: Nessuno escluso – Le libertà diffuse

1. La definizione di un’idea politica necessita dell’individuazione di alcune idee cardine, di alcuni principi che la caratterizzino e che consentano di percepire “il fine istituzionale del sistema”, cioè le caratteristiche della società verso cui essa tende, la felicità possibile, il futuro che si ritiene auspicabile per il genere umano e per il quale ha senso combattere. I programmi politici poi cercheranno di applicare quei principi alla realtà contingente.
Non è data un’idea politica che non abbia alla base alcuni principi fondamentali sui quali, secondo quell’idea, non si può transigere. Senza principi fondamentali affermati con intransigenza la politica decade a mera gestione, non propone più un futuro migliore, non promette una felicità possibile, non rappresenta una concezione dell’uomo; è dal rispetto intransigente di quei principi che può discendere un’etica e nascere un’identità.

2. I due concetti principali dell’etica sono quelli di bene e di giusto. Il concetto di bene non ci interessa in questa sede. Esso attiene a scelte individuali, spesso determinando aggregazione e solidarietà tra individui che ne condividono i contenuti (religioni, associazioni, movimenti politici, ecc.). Per alcuni il bene è la felicità terrena, per altri la salvezza dell’anima; per alcuni lo sviluppo della conoscenza e il progresso, per altri il piacere. Per molti il bene è una miscela, con dosaggi personalizzati, di tutti o parte degli ingredienti citati, e di altri ancora.
Sia libero ciascuno di scegliere i contenuti del proprio concetto di bene. Come vedremo, non è giusto imporre a qualcuno il proprio concetto di bene.

3. Affermiamo invece come determinante, nel definire la nostra idea politica, e le componenti etiche che ci accomunano, il concetto di giustizia, svincolato dal concetto di bene. Secondo noi l’oggetto principale della giustizia è la struttura fondamentale della società, o più esattamente il modo in cui le maggiori istituzioni sociali distribuiscono i doveri e i diritti fondamentali e determinano la suddivisione dei benefici della cooperazione sociale. Riteniamo che esista un concetto di giustizia condivisibile da individui che hanno diverse concezioni del bene. Se fosse giusto quel che avvicina al bene esisterebbero tante giustizie quante concezioni di bene. Questa è una delle principali cause dei conflitti politici e sociali, che risultano tanto più esasperati e violenti quanto più le parti percepiscono di subire una situazione “ingiusta”.
Il senso comune ci dice invece che esiste una concezione pubblica della giustizia, in quanto ci sono dei fatti che tutti giudichiamo giusti, altri che
percepiamo come ingiusti. La schiavitù è certamente ingiusta. Non rubare è certamente giusto. Ma se solo torniamo con la memoria al passato anche recente, sappiamo che nella Germania hitleriana o nell’URSS staliniana le due affermazioni non erano affatto condivise. E così, ancora oggi, nella nostra Italia, questioni apparentemente meno evidenti (l’aborto, l’energia nucleare, le coppie di fatto, il conflitto di interessi, e l’elenco potrebbe non avere fine) dividono i cittadini chiamati ad esprimere il loro giudizio sulla “giustizia” della soluzione. Ed è così fuori dall’Italia, ma comunque nel mondo occidentale, per questioni anche più evidenti (la pena di morte, la guerra preventiva, l’”habeas corpus”, il protocollo di Kyoto, ecc.). Non è inutile, allora, proporre una concezione della giustizia con l’obbiettivo di definire un patto tra cittadini che possa essere condiviso e rispettato, nell’interesse di ciascuno: perché la società sia “bene-ordinata” deve essere regolata da una concezione pubblica della giustizia, il che significa che ognuno accetta e sa che gli altri accettano i medesimi principi di giustizia, e le istituzione fondamentali soddisfano in modo generalmente riconosciuto quei principi.

4. Per definire la nostra concezione della giustizia utilizziamo lo strumento concettuale della “posizione originaria”, la posizione nella quale si troverebbero persone che non conoscessero il proprio posto nella società, la propria posizione di classe o il proprio status sociale, la parte che il caso assegnerà a ciascuno nella suddivisione delle doti naturali, la propria intelligenza, la propria forza, ecc.
La domanda che ci poniamo, e che guiderà le pagine seguenti, è la seguente: quale accordo sottoscriverebbero, quali principi farebbero propri persone libere e razionali, preoccupate di perseguire i propri interessi, in una posizione iniziale di eguaglianza per definire i termini fondamentali della loro associazione? Assumendo che i beni principali a disposizione di una società sono diritti e libertà, poteri e opportunità, ricchezza e reddito, nella posizione originaria contraenti razionali non potrebbero non individuare come irrinunciabili i seguenti due principi:
Primo: ogni persona ha un eguale diritto alla più estesa libertà fondamentale compatibilmente con una simile libertà per gli altri, intendendosi per libertà fondamentali del cittadino la libertà politica (il diritto di votare e di essere candidati a una carica pubblica), insieme alle libertà di parola e di riunione; le libertà di coscienza e di pensiero; la libertà della persona, insieme al diritto di possedere proprietà; la libertà dall’arresto e dalla detenzione arbitrari, come definiti dal concetto di governo della Legge.
Secondo: Le ineguaglianze sociali ed economiche devono essere combinate in modo da essere (a) ragionevolmente previste a vantaggio di ciascuno; (b) collegate a cariche e posizioni aperte a tutti in condizioni di equa eguaglianza di opportunità.
Si chiama “giustizia come equità” la concezione di giustizia basata su questi due principi, considerati in ordine seriale: il rispetto del primo non può essere sacrificato ai risultati conseguibili nel rispetto del secondo.

5. La scelta di questa concezione della giustizia ha conseguenze politiche decisive. La prima discende dalla scelta della posizione originaria: come sintetizzato sopra, si tratta di una situazione teorica nella quale nessuno dei partecipanti conosce in anticipo le fortune e le sfortune che la vita gli riserverà; non conosce il proprio sesso, né il colore della propria pelle, né l’area geografica e l’epoca storica in cui vivrà, né il gruppo sociale a cui apparterrà. Non avrà quindi interessi da difendere, se non i propri in quanto essere vivente razionale in procinto di vivere.
Se questa è la sede che individuiamo come efficace incubatrice dei principi di giustizia, è inevitabile porre al centro del ragionamento, e dell’idea politica, l’uomo, ogni uomo, tutti gli uomini. Non gli Stati, non i popoli, non le Nazioni. Non possiamo infatti accettare che nessuna vita, che la libertà e la felicità di nessuno, vengano sacrificate a vantaggio degli altri (a meno che non si tratti di scelta libera). Una delle più cocenti sconfitte del marxismo consiste proprio nella caduta del collettivismo, nella dissoluzione dei concetti di massa, di classe e di popolo, ai quali vennero sacrificati milioni di vite, e che lo sviluppo economico e sociale ha declassato a categorie statistiche grossolane, restando la storia in mano al concorso delle individualità, comunque organizzate.

6. Ma se questo è vero che valore possono avere i confini geografici, se i veri confini sono i diritti fondamentali di ogni singolo individuo, ovunque egli viva? Che differenza c’è se l’adultera lapidata vive in Nigeria o in Europa? E se la bimba infibulata vive in Africa o è emigrata negli Stati Uniti? E se l’omosessuale decapitato è arabo o cinese? E se lo scrittore dei Versetti Satanici è indiano o inglese? Non ci sono Torri Gemelle difendibili, non ci si può chiamar fuori dalla globalizzazione; è meglio che gli occidentali progressisti liberali se ne rendano conto.
Affermiamo pertanto il diritto di “autodeterminazione” dell’individuo su quello dei popoli, delle classi, delle Nazioni. Polverizziamo, parcellizziamo il concetto di sovranità se non legittimato dal rispetto dei diritti fondamentali dell’individuo.
Riteniamo quindi un dovere la difesa intransigente dei diritti fondamentali di tutti gli uomini, ovunque vivano. Consideriamo nostri problemi la tutela o la conquista della libertà sia del dissidente cubano, sia del condannato a morte americano, sia del tibetano. Tradurremo più avanti in programma politico la seguente tesi:
Il primo principio irrinunciabile è la libertà fondamentale di ogni individuo. Ogni luogo ove tale libertà sia conculcata è nostro campo di battaglia. E’ quindi giusto operare per la realizzazione in tutto il mondo di condizioni giuridiche, politiche, economiche, sociali e culturali che consentano a ciascuno di godere della propria libertà, che deve trovare confine solo nella libertà degli altri individui.

7. Se la libertà dell’individuo deve trovare il suo limite nella libertà altrui, fino a quando quest’ ultima non viene lesa l’individuo può decidere per se stesso quel che vuole. Salvo rispettare le regole della convivenza civile (che soddisfano una determinata concezione di giustizia assegnando diritti e doveri e determinando la distribuzione appropriata dei vantaggi e degli oneri della vita sociale) ogni uomo deve poter decidere liberamente quel che è bene e quel che è male, e comportarsi conseguentemente, essendo così libero di essere felice a modo suo. Per consentire questo lo Stato non può essere “etico”, deve rinunciare ad imporre una morale: solo la laicità dello Stato garantisce condizioni di libertà.
Questo principio apre un fronte delicatissimo che solo l’ipocrisia consentirebbe di evitare: le religioni, che fanno discendere da volontà metafisiche concezioni universali di Bene e di Male, devono potersi abbracciare, professare e predicare liberamente, ma non devono condizionare gli ordinamenti. Anche nel caso in cui tutti i cittadini di uno stato, meno uno, professino una stessa religione, anche in quel caso le leggi, l’ordinamento devono prescindere dall’ortodossia, che per definizione nega il libero arbitrio e il dissenso.
La nostra idea politica è pertanto rivolta a tutti i cittadini di qualunque fede religiosa, o atei, o agnostici, convinti che (seconda tesi)
Non è compito dello Stato imporre una morale; non lo Stato Etico, ma lo Stato Laico garantisce condizioni di libertà a tutti i cittadini.

8. A questo punto diventa necessario chiarire il contenuto del termine libertà per non correre il rischio di produrre affermazioni ovvie, incapaci di qualificare un’idea politica. Il termine libertà è in effetti abusato anche da chi non combatte per essa: in Italia la “Casa della libertà” è abitata anche da inquilini ex o post-fascisti, o intolleranti, o razzisti, o nazionalisti, o integralisti, o monopolisti, ecc. In tutto il mondo ci sono partiti che si definiscono liberali e in realtà propugnano politiche di estrema destra. In nome delle libertà economiche milioni di uomini, bambini, donne, anziani vengono sfruttati e trattati come schiavi; l’atmosfera viene avvelenata, gli indios massacrati e la foresta amazzonica abbattuta, le balene decimate per i ristoranti giapponesi.
La libertà (come del resto la giustizia, l’eguaglianza, il progresso, lo sviluppo, la modernizzazione) è diventata nei fatti un termine vuoto, un ombrello che copre ogni politica, comprese quelle liberticide. Urge quindi specificare i contenuti del primo principio della giustizia come equità (cfr. supra punto 4.).

9. Darhendorf raggruppa le libertà fondamentali nel concetto di “libertà da”, cioè libertà dai soprusi, dal potere assoluto, da leggi liberticide, dalle censure, dalla violenza: la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo.
Il riferimento alla posizione originaria chiarisce che quei diritti non sono dell’Uomo Europeo, o dell’Uomo Maschio, o dell’Uomo Adulto, o dell’Uomo Bianco, o dell’Uomo Ricco. Sono diritti di tutti gli uomini. E la nostra concezione di giustizia ci dice che quei diritti sono inviolabili, perché nessuno dei contraenti nella posizione originaria rinuncerebbe a quei diritti a vantaggio di un altro, o per il “bene” della collettività. La storia recente ci dimostra invece che essi sono stati sacrificati troppe volte sull’altare della convenienza. Non è affatto vero che il fine giustifica i mezzi: la violazione dei Diritti dell’Uomo è ingiustificabile e va combattuta con intransigenza sempre, ovunque e comunque. Se, per assurdo, la violazione dei diritti di libertà di un solo uomo fosse sufficiente a garantire la felicità di tutti gli altri, anche in quel caso noi la combatteremmo, perché quei diritti sono oltre il limite del nostro diritto di agire: sono la sostanza del primo principio di giustizia; sono, per la nostra idea politica, sacri.
Noi lotteremo perché non esistano nel futuro dell’umanità un’altra Piazza Tiennamen, altre madri di Plaza de Majo, altre Fosse Ardeatine, altre foibe, altri Piazzali Loreto, altri campi di Sabra e Shatila, altri Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, Andreas Baader e Ulhrike Meinhof, altri Pinelli e Calabresi. Vite sacrificate, “giustiziate” per gli interessi di altri. Scegliamo la rivolta del sale e il transnazionalismo radicale:
Nessuno scià e nessun ayatollah, nessun re, né dittatore, né capo religioso, nessuna maggioranza parlamentare, né forza di polizia ha il diritto di violare la Carta dei Diritti dell’Uomo. Essa rappresenta per noi il confine invalicabile, all’interno del quale c’è la nostra Patria. (terza tesi)

10. Fin dalla Dichiarazione dei Diritti inglese del 1689 la civiltà europea ha interiorizzato la necessità di leggi fondamentali che ogni membro della comunità deve rispettare, sia esso re o contadino, affinché sia possibile la convivenza civile. La cicuta di Socrate, alla fine, ha partorito la certezza del diritto.
In effetti non esiste libertà senza regole certe in assenza delle quali solo i rapporti di forza regolerebbero i rapporti sociali, e i diritti fondamentali
dell’individuo sarebbero goduti solo proporzionalmente alla forza propria e del proprio gruppo, con buona pace dei principi di giustizia. In effetti l’oggetto principale dei principi di giustizia è l’assetto delle istituzioni sociali maggiori entro uno schema di cooperazione. E un’istituzione può definirsi come “un sistema pubblico di regole che definisce cariche e posizioni, con i loro rispettivi diritti e doveri, poteri, immunità, e via dicendo”. L’esistenza stessa di un’istituzione dipende dal fatto che esista una comprensione pubblica della utilità e della certezza delle regole vigenti.
Quindi una società non può essere “bene – ordinata”, cioè caratterizzata da una concezione pubblica della giustizia, senza la certezza del diritto. L’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, il rispetto della legge da parte dei governanti, la loro imparzialità, l’esclusione dei conflitti di interessi favoriscono e assicurano le legittime aspettative dei cittadini. La certezza del diritto è una condizione necessaria alla libertà dell’individuo, prima ancora della democrazia.

11. Se dovessimo affidare alla virtù dei governanti il rispetto dei Diritti dell’Uomo commetteremmo un azzardo imperdonabile: assegneremmo infatti ad attori fallibili, in quanto uomini, la applicazione di principi fondamentali. Non esiste meccanismo di selezione dei governanti in grado di escludere la malafede o la fallibilità: servono poteri autonomi, in confronto dialettico tra di loro, per smussare gli interessi particolari e comporli nella migliore sintesi possibile. Se il potere esecutivo non è sottoposto a quello legislativo, se entrambi non sono separati da quello giudiziario e da quello economico e finanziario, i diritti restano in balia della buona fede e dell’infallibilità. Le tesi fin qui proposte resterebbero pertanto buone intenzioni se non fossero indissolubilmente collegate alla quarta:
L’individuo vive il massimo di libertà possibile solo se può agire in una situazione di regole certe, di certezza dei propri diritti e dei propri doveri. La certezza del Diritto è conseguibile solo in un sistema istituzionale che preveda la separazione dei poteri.

12. La funzione della separazione dei poteri è la creazione di un sistema istituzionale caratterizzato da poteri autonomi gli uni dagli altri il cui concorso dialettico, e il cui reciproco controllo, consentano l’applicazione della concezione pubblica di giustizia. Evidentemente la separazione può svolgere la sua funzione in favore del “Rule of law” solo se i poteri che reciprocamente si legittimano sono effettivi ed indipendenti.
Le due questioni sono connesse, ma solo in parte: se è vero che senza indipendenza non può esistere effettività (se non fittizia, di seconda istanza, cioè espressa dall’istituzione succube, ma decisa dal potere dominante), il problema dell’effettività, cioè del funzionamento effettivo dei diversi poteri, dipende anche dall’efficacia raggiunta autonomamente da ciascuno di essi.
Allora se è vero che l’esistenza stessa di un’istituzione dipende dal riconoscimento dell’utilità delle sue regole, è anche vero che l’istituzione parlamentare (potere legislativo) deve effettivamente esprimere le regole e le decisioni, l’istituzione Governo (potere esecutivo) deve effettivamente attuarle, e l’istituzione Magistratura (potere giudiziario) deve effettivamente garantire l’applicazione delle regole e la sanzione delle violazioni. A prescindere da ogni considerazione sui primi due poteri, la certezza del diritto è conseguibile solo a condizione che il potere giudiziario sia efficace ed efficiente. Purtroppo se servono dieci anni per giungere a sentenza definitiva, l’Amministrazione della Giustizia non è efficace e la certezza del diritto rimane una chimera.
Poiché d’altra parte il sistema di garanzie salvaguarda il primo principio della “giustizia come equità”, l’efficacia va ricercata non con la riduzione delle garanzie poste a tutela del cittadino, e non solo con lo snellimento delle procedure e la semplificazione delle norme, ma anche e soprattutto con l’adeguamento delle strutture alla domanda di esercizio della giurisdizione espressa dalla società. Affermato l’obbligo dell’efficienza (v. infra, punto 36) risulta decisivo, per l’affermazione del primo principio, l’investimento di risorse pubbliche nella struttura (uomini e mezzi) dell’Amministrazione della Giustizia.

13.Un capitolo fondamentale delle “libertà da” è costituito dal diritto all’informazione. Tale diritto, nel passato, non veniva percepito come “fondamentale” in quanto l’informazione non ricopriva l’importanza odierna nella formazione delle opinioni delle persone.
Il problema della libertà di opinione, questo sì percepito giustamente come fondamentale, veniva vissuto soprattutto come libertà di esprimere opinioni dettate dai propri principi, dalle proprie scelte religiose, dalla propria cultura: e il Liberalismo combatteva le limitazioni esterne (censure) alla libera espressione delle opinioni. Con riferimento a ciò divenne necessaria, strategica, la libertà di stampa, intesa come libertà di divulgazione di opinioni diverse. Non che non fosse percepito il ruolo dell’informazione nella formazione delle opinioni, ma si trattava comunque di opinioni di una ristretta élite di acculturati (coloro che sapevano leggere e che leggevano i quotidiani) e non della totalità dei cittadini, influenzata dalla concorrenza delle opinioni espresse dall’élite.
Oggi, viceversa, la libertà di stampa (che viene estesa, per analogia, a tutti i mass media, nonché alla rete) non è solo naturale estensione della libertà di opinione, ma è diventata strumento necessario alla libera formazione di opinioni diverse: l’informazione, da espressione di indirizzi culturali, di libere interpretazione dei fatti, è diventata risorsa critica, cioè decisiva, di formazione delle opinioni. La disponibilità di informazioni liberamente espresse, quindi anche incomplete, contrastanti, parziali o faziose si
definisce pluralismo dell’informazione, e salva la libertà dell’individuo di applicare la propria capacità critica e di formarsi così un’opinione autonoma.
Il pluralismo dell’informazione in tutti i mass media è quindi diventato condizione necessaria alla libertà dei cittadini e alla democrazia, in quanto rende possibili il confronto tra opinioni e culture diverse, la libera scelta tra proposte politiche diverse.
Si tratta di un’evoluzione del principio voltairiano (la tua opinione può essere opposta alla mia, ma lotterò sempre perché tu possa esprimerla) dettata dallo sviluppo tecnologico che ha globalizzato il villaggio: anche se l’opinione che potrai formarti potrà essere opposta alla mia, mi batterò affinché tu disponga delle informazioni necessarie a formarti un’opinione autonoma.
Affermiamo quindi la seguente quinta tesi:
Il pluralismo dell’informazione è condizione necessaria alla libertà e alla democrazia. Monopoli e oligopoli in questo settore vanno vietati per legge e combattuti con intransigenza.

14.Fino ad ora ci siamo occupati della libertà dell’uomo dalle coercizioni determinate dal potere. Esiste però, ad evidenza, anche un altro ineliminabile nemico di quella libertà: l’altro uomo che utilizza la forza per realizzare i propri interessi. Non può in effetti definirsi libero il negoziante di Palermo costretto a pagare il “pizzo” per poter esercitare la propria attività. Né il pensionato scippato all’uscita dell’ufficio postale nel quale ha incassato la pensione. Né la donna che rischia lo stupro se si trova fuori casa da sola di notte. Questi individui subiscono violenza e i loro diritti fondamentali sono violati. Devono essere difesi, altrimenti per essi la certezza del Diritto non esiste. La “libertà da” pertanto non dipende solo dai limiti imposti al potere costituito, ma anche dalla capacità dello Stato di imporre a tutti i cittadini il rispetto delle regole. La certezza del Diritto è infatti conseguibile solo se le leggi vengono applicate con intransigenza, erga omnes, e le violazioni sanzionate.
Potremmo dunque accettare senza indugio la “tolleranza zero” di Giuliani?
In realtà questa formula nasce da una grave confusione semantica: in effetti quando non si sanzionano le violazioni delle leggi non si manifesta tolleranza, ma si commettono reati quali la complicità o l’omissione dei doveri d’ufficio. Tolleranza significa rispetto delle diversità, non lassismo, omertà o connivenza nei confronti dei reati.
Tutte le tesi fin qui proposte nel documento affermano la tolleranza come valore qualificante della nostra idea politica, che non può pertanto accettare di sacrificare le libertà del singolo a vantaggio della sicurezza degli altri, che va garantita con la certezza del diritto, non con la limitazione delle libertà.
La sicurezza dei cittadini, l’ordine pubblico, non incontrano problemi nuovi rispetto al passato. Esistono nuove forme di comunicazione (i cellulari, la Rete), nuove tecnologie (telecamere, videocassette), nuove droghe, nuove armi: queste novità richiedono nuovi terreni e nuove forme di indagine, ma non impongono affatto, né a fine preventivo né a fine repressivo, nuove limitazioni ai diritti di libertà dei cittadini.
La rilevazione delle impronte digitali o del DNA dei cittadini, di tutti i cittadini, non costituisce affatto un problema di libertà: è semplicemente più efficace della registrazione di nome, cognome, indirizzo e codice fiscale; e il mantenimento dell’ordine pubblico, condizione necessaria alla tutela dei diritti di libertà, abbisogna di efficacia e di efficienza del controllo. I problemi di libertà nascono non dall’efficacia dei controlli ( finalizzati ad accertare l’identità e la fedina penale dei cittadini, per tutelare quanti rispettano la legge da coloro che non la rispettano), ma dalle modalità e dalle finalità degli stessi.
Con riferimento alle modalità, non sono accettabili quelle che prevedono violazioni del principio del habeas corpus, anche nella sua naturale evoluzione odierna: non sarebbero accettabili accertamenti dell’identità che richiedessero, erga omnes, il fermo di polizia, ma nemmeno intercettazioni telefoniche generalizzate, o schedature.
Con riferimento alle finalità dei controlli, non sono accettabili quelle che riguardano le opinioni del controllato, o la sua adesione a partiti, o le sue letture, o le sue abitudini, o la sua religione, o il suo orientamento sessuale. Non sono cioè accettabili controlli relativi alle scelte che la Carta dei Diritti individua come campi di scelta riservati alla libertà del singolo.
Così impostato il contrasto tra sicurezza e libertà trova agevolmente composizione e ci consente di proporre la seguente sesta tesi:
La tutela dei diritti di libertà può ottenersi solo nella certezza del diritto. Questa può verificarsi solo nel mantenimento dell’ordine pubblico, intendendosi con questo termine il rispetto delle persone e delle cose come definito dall’ordinamento vigente. Il controllo da parte delle forze dell’ordine deve essere efficace ed efficiente per tutelare i diritti dei cittadini che rispettano l’ordinamento vigente, quindi deve utilizzare tutte le risorse a disposizione. Ma le modalità del controllo devono rispettare il diritto del “habeas corpus”, e le finalità escludere l’accertamento di scelte riservate, dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo, alla libertà del singolo.

15. Il primo principio della “giustizia come equità”, quello relativo alle libertà fondamentali, implica una posizione di eguale cittadinanza per ogni cittadino. Questo significa che, se si accetta che i beni sociali rilevanti, oggetto del contratto originario, sono diritti e libertà, opportunità e poteri, reddito e ricchezza, per quanto riguarda i primi tre (diritti, libertà e opportunità) consideriamo giusta l’eguaglianza tra ogni cittadino. Consideriamo quindi ingiusta ogni diseguaglianza tra cittadini in termini di godimento di questi beni. Fino a questo punto ci siamo occupati soprattutto di diritti fondamentali, quindi dei Diritti dell’uomo, e non invece delle opportunità di vita, che Darhendorf sintetizza nel concetto di “libertà di” perseguire il proprio modello di felicità acquisendo sempre nuove conoscenze, prepararsi da giovani e poi trovare un lavoro gratificante e adatto alle proprie attitudini, metter su famiglia nella sicurezza, affrontare le traversie della vita contando sull’assistenza che la società è in grado di garantire all’individuo colpito da grandi rischi (malattie, invalidità, handicap, perdita dei genitori o del coniuge, disoccupazione, ecc.).
In realtà l’eguaglianza delle opportunità, come contrattata nella posizione originaria, sottende l’affermazione di due concetti: l’eguaglianza in termini di liberazione dagli svantaggi ingiusti, cioè derivanti da razza, censo, sesso, salute, e la giusta disuguaglianza risultante dalle libere e razionali scelte di ogni cittadino in termini di piano di vita, modello di felicità, propensione al rischio,ecc..
L’affermazione del primo concetto, e conseguentemente dell’eguaglianza delle opportunità, trova purtroppo evidente smentita nella situazione reale, con la quale la teorica “posizione originaria” ha poco a che fare: la realtà effettuale è costituita da individui nati con talenti naturali, salute, fortuna differenti. L’eguaglianza dei punti di partenza, quindi, non esiste, non è possibile; per questo un’idea politica che la scegliesse tra i propri fini non sarebbe credibile e decadrebbe al rango di ideologia.
Diverso, e non velleitario, è prendere atto dell’inevitabile ineguaglianza dei punti di partenza per individuare una struttura sociale fondamentale riconoscibile come giusta sia dagli (immeritatamente) avvantaggiati, sia dagli (idem) svantaggiati. Ebbene, la razionalità dei contraenti nella posizione originaria porterebbe certamente alla condivisione del principio di riparazione (settima tesi):
Tutte le persone devono essere trattate egualmente, e deve essere assicurata a tutti un’effettiva eguaglianza di opportunità, quindi la
società deve prestare maggiore attenzione a coloro che sono nati con meno doti o in posizioni sociali meno favorevoli, riparando i torti dovuti al caso.
La liberazione dagli svantaggi ingiusti è il fine del nostro concetto di “Stato Sociale”.

16.Ricordata la molteplicità dei principi della giustizia come equità, e quindi la necessità di considerare ciascun principio in relazione con gli altri (principi), il che obbliga la politica a ricercare la massimizzazione di una funzione a più variabili, più che alla affermazione intransigente di uno solo di quei principi; ricordata ancora la priorità del nostro primo principio sul secondo (nessuno deve essere messo nella condizione di vendere la propria libertà in cambio di un’opportunità di vita o, più prosaicamente, un rene per sfamare i figli); ricordato tutto questo individuiamo come necessaria all’eliminazione degli svantaggi ingiusti la tutela del diritto alla salute, del diritto alla conoscenza e del diritto al lavoro.
Un cittadino libero, sano, che conosce tutto ciò che è in grado di apprendere, in presenza di una domanda di lavoro superiore o pari all’offerta, è in grado di perseguire la propria felicità. Per questo ciascuno di questi diritti merita una specifica, motivata, realistica trattazione.

17. La salute è condizione necessaria alla felicità dell’uomo. La tutela di tale diritto è complessa, impone politiche specifiche in campi diversi. E’ infatti evidente che:
a. la salute nostra e soprattutto delle generazioni future (della cui felicità abbiamo la responsabilità) è direttamente condizionata dall’ambiente nel quale viviamo (e vivranno i nostri discendenti);
b. il rispetto dell’ambiente e del diritto alla salute comporta costi rilevanti, o rinuncia di opportunità di sviluppo, ha quindi dirette conseguenze sui mercati e sull’economia, e collide con l’obbiettivo di favorire lo sviluppo nelle aree sottosviluppate (la valutazione dell’impatto ambientale, il rispetto di condizioni lavorative non nocive, la garanzia di qualità nei prodotti finiti sono costi che appesantiscono l’investimento);
c. il diritto alla salute non può essere tutelato senza una politica attiva finalizzata alla prevenzione delle patologie;
d. il diritto alla salute non può essere tutelato senza una assistenza sanitaria efficace e efficiente accessibile a tutti i cittadini;
e. il diritto alla salute è positivamente correlato alla ricerca scientifica (condizione necessaria anche al progresso).

18. Affermare il diritto alla salute senza trarne le conseguenze almeno nei campi sopra esposti sarebbe contraddittorio.
Iniziamo dal precedente punto a., dalla tutela dell’ambiente. Secondo la comunità scientifica di tutto il mondo la degenerazione dell’ambiente sta producendo conseguenze negative progressive sulla vita e sulla salute dell’uomo. Ciò impone la definizione del concetto di sostenibilità dello sviluppo. Si tratta di una questione politica critica, in grado di discriminare le politiche in base al criterio della tutela del diritto alla salute.
Proprio le oggettive, drammatiche conseguenze della progressiva alterazione dell’ambiente sulla vita e sulla salute degli uomini dimostrano che il rispetto dell’ambiente è condizione necessaria alla felicità degli stessi. Poiché l’ambiente è risorsa in massima parte non riproducibile (le specie estinte non ritornano, le aree desertificate non si rifertilizzano) lo sviluppo economico, pur necessario al soddisfacimento di altre condizioni necessarie alla felicità dell’uomo, ha senso solo se non determina decadimento dell’ambiente. Uno sviluppo delle aree povere del mondo che comportasse la distruzione dell’ambiente sarebbe negativo, in quanto consentirebbe il soddisfacimento di bisogni e desideri a prezzo di un diritto fondamentale. Noi crediamo che sia possibile uno sviluppo rispettoso dei diritti fondamentali, e specificamente dell’ambiente.
L’etica della responsabilità ci imporrà di costruire ancora ponti, gallerie, città, fabbriche e centrali elettriche. Ma l’impatto ambientale discriminerà le soluzioni di tali necessità.
E poiché l’impatto ambientale determinato fino ad oggi dalle economie industriali è catastrofico, al punto di determinare cambiamenti climatici e alterazioni genetiche, è necessario che gli Stati si impegnino almeno a ridurre progressivamente gli effetti sull’ambiente delle rispettive economie e convertire queste stesse verso uno sviluppo sostenibile, cioè rispettoso dei diritti fondamentali.

19. Se quanto fin qui affermato è vero, se quindi il rispetto dell’ambiente è condizione necessaria alla salute dell’uomo, ne discende che l’ambiente è un “interesse diffuso” che va tutelato con intransigenza. La nostra idea politica si caratterizza anche per il fatto di annoverare tra i principi irrinunciabili la tutela dell’ambiente. Questo significa che non proporremo mai, e non approveremo quindi, sanatorie edilizie, né piani regolatori né leggi transigenti sul principio della tutela dell’ambiente.
Ottava tesi:
Il diritto alla salute è un diritto fondamentale. E’ dovere dello Stato garantirne la tutela per tutti i cittadini.
Il primo strumento necessario alla tutela del diritto alla salute è il rispetto dell’ambiente naturale sia attraverso politiche attive, sia
attraverso la canalizzazione dello sviluppo economico verso forme che minimizzino l’impatto sull’ambiente.

20. La prevenzione è lo strumento in grado di minimizzare i costi umani, sociali ed economici delle patologie. La prevenzione consiste nella incentivazione di comportamenti salutari e nella estensione della diagnosi precoce. Si tratta, ancora una volta, di un dovere dello Stato non delegabile all’iniziativa privata.
Per quanto attiene ai comportamenti individuali è evidente che spetta allo Stato realizzare le campagne di informazione che consentano di far conoscere tutti i cittadini i rischi connessi a comportamenti non salutari (in termine di alimentazione, tabagismo, abuso di sostanze tossiche, ecc.) così come imporre il rispetto del codice della strada o garantire la vaccinazione di tutti i cittadini contro le malattie sociali, cioè diffuse di fatto o in potenza.
E nello stesso modo non può essere delegato il compito di monitoraggio costante dello stato di salute di tutti i cittadini finalizzato a diagnosticare precocemente le patologie.
Si tratta di attività con fine affatto diverso dal profitto, e la cui efficacia dipende dall’obbiettivo politico del “soggetto economico”. Ciò non esclude necessariamente che la massimizzazione dell’efficienza possa in alcuni casi suggerire l’utilizzo di strutture private.
Nona tesi: la tutela del diritto alla salute impone allo Stato di garantire la realizzazione di un’efficace azione di prevenzione mediante l’utilizzo dei mezzi più efficienti.

21. Purtroppo anche un’azione preventiva efficace ed efficiente non è in grado di scongiurare l’insorgere di patologie. Quindi, evidentemente, non è eludibile il problema dell’assistenza sanitaria da garantire a tutti i cittadini colpiti da patologie: la tutela del diritto alla salute trova in tale strumento la sua definitiva misura.
E poiché si tratta di un diritto fondamentale noi consideriamo prioritaria l’efficacia, in questo campo, rispetto all’efficienza. Denunciamo la scarsa efficienza delle attuali strutture pubbliche, consci che l’aumento dell’efficienza (cioè la minimizzazione dei costi a parità di risultati) è necessaria all’aumento dell’efficacia. Non possiamo tuttavia accettare che la tutela di un diritto fondamentale dipenda dalla sua economicità.
Crediamo quindi che sia necessaria un’assistenza sanitaria pubblica aperta gratuitamente a tutti i cittadini colpiti da patologie. Ciò non esclude l’esistenza di attività di iniziativa privata, con le quali lo Stato potrà convenzionarsi per garantire una migliore o più estesa tutela del diritto alla salute, ma impone comunque allo Stato di sopportare i costi necessari all’assistenza sanitaria di tutti i cittadini, anche quei costi che una valutazione squisitamente privatistica imporrebbe di sopprimere.
Siamo conseguentemente contrari all’affidamento del finanziamento della assistenza sanitaria alla logica e al sistema delle assicurazioni private, lasciando ad ogni cittadino la “libertà” di investire o meno sulla propria salute futura. Restando tale libertà comunque garantita, va in ogni caso garantita la tutela del diritto alla salute anche di chi non è stato prudente, o ha sbagliato scelte di vita, o non ha potuto assicurarsi a causa di condizioni economiche disagiate: i diritti fondamentali non si comperano.
Tuttavia, con riferimento alla situazione italiana, è innegabile che la struttura sanitaria pubblica non garantisce la tutela del diritto alla salute a causa della propria inefficienza: le liste di attesa, i casi di malasanità, i disservizi dimostrano che la sanità pubblica deve cambiare per migliorare la propria efficacia e la propria efficienza.
Decima tesi:
Lo Stato deve garantire a tutti i cittadini, nessuno escluso, un’assistenza sanitaria pubblica gratuita efficace ed efficiente.

22. I limiti che porremo nel successivo punto 27. alla ricerca scientifica individueranno alcuni evidenti problemi nell’ambito del diritto alla salute: la ricerca è strumento necessario al miglioramento dell’efficacia e dell’efficienza della medicina, ma, se essa deve rispettare la vita e i diritti fondamentali di ogni uomo, diventa ineludibile la definizione del concetto di uomo, almeno limitatamente al problema della sua nascita. E’ aperta la diatriba relativa al momento nel quale il concetto di uomo è applicabile: dal concepimento, oppure all’embrione dopo un certo numero di mesi, oppure dalla nascita? Crediamo che sia diritto di ogni individuo considerare uno qualunque degli istanti compresi tra il concepimento e la nascita in base ai propri convincimenti etici o religiosi e adeguare conseguentemente le proprie scelte personali. Evidentemente ciò non basta: deve esistere anche un quadro normativo che regoli l’attività sanitaria e la ricerca scientifica, fissando i limiti etici oltre i quali la cultura e le conoscenze acquisite percepiscono la violazione di un diritto fondamentale di un soggetto titolare di tale diritto.
Ebbene, se è vero che attualmente assume personalità giuridica (e, del resto, può essere battezzato) l’individuo nato, è anche vero che la conoscenza scientifica ha dimostrato che il feto dispone di autonoma (cioè indipendente dalla madre) capacità di sviluppo anche alcuni mesi prima di nascere. E poiché l’evoluzione della conoscenza scientifica determina l’evoluzione della cultura (intesa come insieme di valori condivisi da un
determinato gruppo in un determinato luogo in un determinato tempo) è oggi inevitabile considerare individuo, cioè titolare di diritti, anche il feto negli ultimi mesi di gravidanza. Tuttavia approcci non scientifici (fede religiosa o morale individuale) anticipano ulteriormente la nascita della titolarità dei diritti. Altri ne fanno un problema di fecondazione, e per loro la partenogenesi si sottrae alla disciplina della tutela della vita.
La necessità di normare una materia tanto controversa non può che trovare soddisfazione nella laicità dello Stato: in assenza di verità scientifiche o valori condivisi, per affermare l’inalienabilità della libertà di opinione e di fede religiosa è necessaria la definizione di un “patto”, di una convenzione (etica della responsabilità) che individui giuridicamente il momento della nascita della titolarità dei diritti dell’individuo (come il legislatore è riuscito a realizzare nella legge 194, con una “convenzione”- tre mesi- accettata, confermata dagli Italiani con la volontà referendaria).

23. Il principio di equa eguaglianza di opportunità, e il conseguente principio di riparazione (v. supra punto 15.), impongono la tutela del diritto all’istruzione inteso, ancora una volta, sia nella sua accezione di eguale liberazione dagli svantaggi ingiusti, sia in quella di giusta disuguaglianza derivante dall’utilizzo delle diseguali doti intellettuali dei cittadini a vantaggio di tutti. Il secondo principio di giustizia afferma infatti che le disuguaglianze sono giuste (cioè accettabili nella posizione originaria) se vanno a vantaggio anche dei più deboli.

24. Undicesima tesi:
La tutela del diritto all’istruzione è condizione necessaria all’eguale liberazione dagli svantaggi ingiusti, in quanto la conoscenza è il principale strumento di emancipazione e di libertà dell’uomo.
Evidentemente la conoscenza consente di affrancarsi da scelte di vita in condizioni di incertezza in favore di scelte a rischio calcolato. Consente inoltre di sviluppare un’autonoma capacità di giudizio e quindi di formare liberamente le proprie opinioni.
Per questo affermiamo con forza la nostra scelta per un’istruzione pubblica in grado di massimizzare la trasmissione della conoscenza. Tuttavia anche in questo caso (cfr. infra, punto 36) valgono gli imperativi dell’efficacia e dell’efficienza del servizio. E riservandoci di approfondire le ragioni in favore dell’efficienza più avanti (ibidem), sottolineiamo ora l’influenza dell’efficacia sul giudizio relativo all’istituzione scolastica. Poiché per efficacia intendiamo il raggiungimento degli obbiettivi, e abbiamo individuato come primo (non unico) obbiettivo la liberazione degli svantaggi ingiusti, riscontriamo oggi una scarsa efficacia del sistema pubblico dell’istruzione, nel nostro Paese, in quanto l’output del servizio è lontano
dal “riparare” gli handicap derivanti dalla situazione in cui si è nati: i giovani che escono dalla scuola dell’obbligo mantengono nella maggioranza dei casi differenze in termini di conoscenze, competenze, educazione civica, in larga parte caratterizzanti gli ambienti di provenienza. L’istruzione pubblica va quindi riformata, ma non tanto per adeguare gli output alla domanda di lavoro presente “sul territorio” (o alla domanda di lavoro tout court) il che rappresenterebbe una evidente sconfitta del principio di equa eguaglianza di opportunità (visto che prevedrebbe la somministrazione delle conoscenze richieste dal mercato del lavoro locale e non dalla liberazione dagli svantaggi ingiusti), quanto piuttosto per trasmettere tutto il sapere recepibile e utilizzabile per cogliere ciascuno le opportunità di vita che i propri talenti naturali consentono di perseguire.

25. Nella società che perseguiamo deve esistere anche la libertà di insegnare, e di scegliere liberamente l’istruzione dei propri figli, quindi di aprire scuole private che trasmettano culture, o utilizzino metodi, diversi da quelli della scuola pubblica (purché vengano rispettati gli standard qualitativi che garantiscano l’eguaglianza dei punti di partenza alla fine dell’obbligo scolastico). Tuttavia non esiste nessuna ragione che giustifichi l’utilizzo di risorse pubbliche per il finanziamento di tali iniziative private: la tutela del diritto all’istruzione non è delegabile, in questo campo il principio della sussidiarietà non è applicabile. Libertà di aprire scuole private, quindi, ma a proprie spese.
Può d’altra parte verificarsi l’ipotesi che in casi più o meno numerosi le scuole private siano qualitativamente migliori di quelle pubbliche, e che quindi producano diplomati di qualità superiore rispetto ai diplomati della scuola pubblica, essendo finalizzate alla apertura di posizioni sociali richiedenti doti intellettuali superiori alla media. Si pone allora il problema di consentire anche ai capaci e meritevoli non abbienti l’accesso alle scuole private. Ebbene, tale risultato non è conseguibile con buoni scuola (che lasciano inaccessibile l’istruzione privata ai meno abbienti, impossibilitati a pagare la differenza tra buono scuola e retta), ma con la copertura integrale delle rette mediante borse di studio assegnate per concorso. Affermiamo quindi che(dodicesima tesi):
E’ giusto che esista l’istruzione privata, purché essa garantisca standard qualitativi almeno pari all’istruzione pubblica e riservi una quota di iscrizioni ai non abbienti.

26. All’istruzione è assegnato il compito di diffondere la conoscenza. Tuttavia, essendo la realtà in divenire, l’uomo deve adeguare costantemente la propria conoscenza alla realtà sempre nuova, approfondirla per conoscere meglio i fenomeni, espanderla per capire fenomeni finora sconosciuti. Il progresso, cioè la diffusione e l’aumento
delle opportunità di vita, non è conseguibile senza lo sviluppo della conoscenza.
Per questo un’idea politica che individui come fine la possibilità di ciascuno di perseguire la propria felicità non può escludere dai propri programmi la ricerca scientifica, che costituisce da sempre il vero motore della storia dell’umanità: l’età della pietra, del ferro, del bronzo, la storia classica, il medio evo, il rinascimento, l’era moderna, la storia contemporanea sono caratterizzate dall’evoluzione della conoscenza, dalle scoperte e dalle invenzioni. Dittatori, regimi, religioni che hanno provato a frenare, controllare o proibire lo sviluppo della conoscenza hanno dovuto, lungo tutta la storia, soccombere. Affermiamo, quindi, la seguente tredicesima tesi:
La ricerca scientifica costituisce un ingrediente necessario alla nostra idea di progresso. Essa deve potersi sviluppare liberamente ed autonomamente, avendo come unico limite i diritti fondamentali dell’uomo (alla vita, alla salute, ecc.); in altri termini gli unici limiti legittimi alla ricerca sono il rispetto di ogni uomo (quindi, per esempio, nessun uomo può essere usato come cavia), e di tutti gli uomini (non vanno applicate innovazioni i cui effetti non siano stati vagliati con metodo scientifico, e previa approvazione da parte di un’autorità indipendente, autonoma e riconosciuta come legittima). Tali limiti ci sembrano sufficienti a garantire che nessun uomo verrà condannato a “pagare per tutti”.

27. Se è vero che la ricerca scientifica produce sviluppo e progresso, risulta purtroppo chiaro che il nostro Paese ha imboccato la strada del declino ed è destinato a ricoprire un ruolo sempre più marginale nella crescita del sapere: i finanziamenti stanziati annualmente per la ricerca sono meno della metà della media europea (1,03% del PIL, in diminuzione, contro una media OCSE del 2,21%, in aumento). Siamo all’ultimo posto sia per il finanziamento della ricerca di base, sia per l’esportazione di tecnologia. Ci sono in Italia 3,3 ricercatori ogni 1000 abitanti, contro i 5,7 della media europea.
Purtroppo la ricerca non è sempre in grado, per i suoi promotori, di produrre benefici diretti. Molti ricercatori finirono sul rogo o vennero considerati dei visionari, altri raggiunsero risultati utilizzabili solo dalle generazioni successive. La ricerca, in definitiva, non è assoggettabile alla logica del profitto a breve termine: i tempi del suo “ritorno” sono sovente diversi, più lunghi, di quelli accettabili per qualunque altro investimento (solitamente inferiori alla durata della vita dell’investitore). E’ il caso della la ricerca di base, che produce effetti solo nel lungo o lunghissimo periodo, ma costituisce la condizione necessaria al progresso delle conoscenze specifiche di tutte le discipline collegate. Non è quindi pensabile che gli investimenti in ricerca scientifica siano delegati integralmente all’iniziativa privata: è necessario che la Stato investa direttamente in ricerca, favorisca e incentivi gli investimenti privati in ricerca applicativa, e ricerchi l’integrazione tra ricerca pubblica e privata.
Quindi il nostro programma politico comprenderà, tra i capitoli caratterizzanti, l’investimento in e l’incentivazione de la ricerca scientifica, in coerenza con la seguente quattordicesima tesi:
La ricerca scientifica è necessaria allo sviluppo della conoscenza. Essa deve svilupparsi liberamente avendo come limiti i diritti fondamentali di ogni uomo e di tutti gli uomini.

28. Il terzo ingrediente della “libertà di” (perseguire la propria felicità) è, con la conoscenza e la salute, il lavoro. Il lavoro inteso come agire economico, come “attività umana finalizzata al soddisfacimento di bisogni e desideri mediante l’utilizzo di mezzi scarsi aventi usi alternativi”. Definizione di “economia”, ma oggi estendibile al concetto di lavoro, liberato dagli angusti confini tracciati dal marxismo e arricchito di nuove forme, nuovi contenuti, nuovi mercati. E’ innegabile che l’attività dell’imprenditore, del libero professionista, del socio di cooperativa, dell’artista debba considerarsi lavoro tanto quanto quella del lavoratore dipendente. Al punto che può considerarsi lavoro ogni attività finalizzata allo scambio dei propri prodotti o della propria attività (e da questa accezione resta escluso, ovviamente, il concetto di “rendita”, per lasciare spazio ai concetti di salario, stipendio, reddito e profitto). Adottata questa vasta accezione è chiaro che il diritto di lavorare, e di svolgere una attività attinente alle proprie capacità, attitudini e preferenze, deve essere considerato condizione necessaria al perseguimento della propria felicità.
Certamente nella posizione originaria la razionalità dei contraenti determinerebbe l’inserimento della tutela del diritto al lavoro nel contratto originario. Ma in questo caso, a differenza dei diritti alla salute e alla conoscenza, l’affermazione del diritto in questione resta velleitaria se non attuata in seconda istanza.
Quindicesima tesi:
Nessuno deve essere escluso dal mercato del lavoro; ogni individuo (maggiorenne) ha il diritto di lavorare per trarre un giusto reddito dalla propria attività, semprechè ci sia qualcuno interessato a realizzare lo scambio.

29. Il diritto al lavoro può essere esercitato, può cioè tradursi in effettiva attività lavorativa, solo se domanda e offerta si incontrano nel mercato. Ebbene, la storia del XX secolo ha dimostrato che è destinato a insuccesso, e distrugge ricchezza, ogni tentativo di imporre lo scambio a contraenti riluttanti: obbligare per legge gli imprenditori ad assumere lavoratori non necessari porterebbe solo al dissesto delle imprese. Così mantenere alle dipendenze lavoratori in esubero, o diventati o ritenuti non idonei alla mansione, provoca minor efficienza nelle aziende e quindi minor capacità di competere nel mercato.
Vale insomma per il mercato del lavoro la regola applicabile a tutti i mercati: domanda e offerta devono essere lasciate il più possibile libere di incontrarsi ogni volta che esistono ragioni di scambio. Quando queste ragioni vengono meno, imporre lo scambio (di lavoro contro salario) non crea occupazione, ma limita lo sviluppo delle aziende. Insomma quanto più il mercato del lavoro è rigido, tanto meno esso riesce a svolgere la propria funzione di consentire scambi vantaggiosi per i contraenti.
Sedicesima tesi:
La prima tutela del diritto al lavoro è il libero funzionamento del relativo mercato.

30. Valgono d’altra parte considerazioni di indirizzo opposto che discendono dal fatto che il lavoratore, in quanto cittadino, è portatore di alcuni diritti, affermati sopra. Se è vero che tali diritti caratterizzano la nostra civiltà, ne discende che il libero funzionamento del mercato del lavoro deve trovare dei limiti nella tutela di quei diritti. Sono evidenti le conseguenze della tutela del diritto alla salute sul miglioramento delle condizioni lavorative. Così come gli effetti sul costo del lavoro delle assicurazioni contro gli infortuni sul lavoro, della contribuzione agli istituti di previdenza e assistenza, delle ferie e delle malattie.
Tra i diritti, ci si vuole soffermare a questo punto sul diritto al lavoro, cioè il diritto di svolgere un’attività continuativa che determini un reddito sufficiente a soddisfare bisogni propri e del proprio nucleo familiare. La continuità dell’attività o del rapporto diventa elemento tanto più critico quanto più generica è la professionalità del lavoratore, in quanto l’offerta tende ad essere superiore alla domanda e il reddito generalmente conseguibile non consente l’accantonamento di risorse sufficienti a finanziare periodi di disoccupazione. Per questo affermiamo la diciassettesima tesi:
Nell’ambito del lavoro dipendente è giusto che il rapporto di lavoro sia tendenzialmente continuativo (salvo che per i contratti atipici) e risolvibile per giusta causa, o per crisi aziendale, o infine, ma solo in presenza di robusti “ammortizzatori sociali” oggi assenti in Italia, con congruo indennizzo al lavoratore.

31. Il nostro modello di Democrazia Industriale affida ai sindacati la funzione insostituibile di comporre in proposte possibili la miriade di posizioni individuali o corporative dei lavoratori, ma anche di rappresentare gli interessi (dei lavoratori) non direttamente percepiti dalla “base”, riguardanti la politica economica nazionale, l’evoluzione della normativa del lavoro, le politiche di sviluppo, la contrattazione collettiva nazionale, irrinunciabile strumento di tutela dei lavoratori più deboli.
Diciottesima tesi:
La dialettica tra le parti sociali costituisce fattore di crescita e di distribuzione della ricchezza. Essa esclude il consociativismo, inteso come alleanza tra interessi particolari, ma contempla la concertazione, intesa come concorde tutela di interessi generali.

32. Il Diritto del lavoro, la definizione di regole certe di funzionamento del relativo mercato (condizioni di carattere normativo e retributivo) sono solo un aspetto del problema perché, come affermato più sopra, i cittadini possono utilmente esercitare la propria attività lavorativa solo se esiste una domanda, cioè qualcuno disposto a pagare per ottenere quell’attività o i suoi frutti. Il che significa che l’occupazione e il reddito da lavoro sono variabili dipendenti dall’andamento generale dell’economia. Quindi non è sufficiente, né politicamente significativo, affermare il diritto al lavoro senza delineare il sistema economico che si ritiene più idoneo a tutelare quel diritto.
D’altra parte l’intero impianto politico fin qui presentato si ridurrebbe ad un catalogo di affermazioni di principio se non venisse collocato in un sistema economico capace di produrre i mezzi necessari all’attuazione delle politiche proposte.

33. La storia economica ci fornisce ormai consistenti prove che il mercato (cioè l’arena nella quale si realizzano scambi) è il migliore strumento in grado di favorire lo sviluppo economico, essendo il libero scambio fattore di ricchezza e l’interesse privato motore di crescita. Vi è dunque la necessità che il mercato sia lasciato libero di produrre i propri effetti in termini di utilità, cioè di accrescimento della ricchezza complessiva del sistema, attraverso il continuo aumento dell’efficienza (effetto della concorrenza). Per questo affermiamo la diciannovesima tesi:
E’ necessario combattere ogni monopolio e a controllare pubblicamente l’operato degli oligopoli (forma che siamo costretti a subire nei settori nei quali solo enormi economie di scala rendono economica la gestione) attraverso un’efficace normativa antitrust.

34. Tuttavia la nostra concezione di giustizia, basata su una pluralità di principi, ci obbliga a non accontentarci della massimizzazione dell’utilità complessiva del sistema, cioè della ricchezza prodotta: per il principio dell’equa eguaglianza delle opportunità diventa decisiva anche la distribuzione di quella ricchezza tra gli individui. Il mercato, lasciato integralmente libero, esercita una funzione redistributiva solo nell’ambito degli scambi, quando cioè ci sia qualcosa da scambiare e ragioni di scambio confrontabili: la distribuzione della ricchezza attuata autonomamente dal mercato non tutela gli individui svantaggiati. Il mercato distribuisce ricchezza nelle aree geografiche in cui opera, non nelle altre che non hanno nulla da offrire. E la redistribuzione molte volte, in molti settori, coincide con la concentrazione, non con la diffusione. Insomma il mercato da solo non basta, anzi può aggravare le ingiustizie.

35. La mutazione dal capitalismo industriale a quello finanziario ha aggravato il problema. Servono correttivi: norme che pongano limiti alle concentrazioni, che fissino le regole del gioco, che combattano i conflitti di interesse, che impongano il rispetto dell’uomo e la certezza del diritto (nei mercati del consumo, del lavoro, dei capitali). La crisi del capitalismo che si manifesta nella stagnazione mondiale e nella catastrofica situazione dei mercati mobiliari di tutto il mondo, trova origine in primo luogo nella mancanza di una nuova “etica del capitalismo” che consenta al mercato di tornare a svolgere la propria funzione di moltiplicatore di ricchezza..
I mercati globali la esigono, pena la distruzione della ricchezza. L’afflusso di risorse finanziarie nel mercato borsistico è in forte riduzione a causa degli scandali che hanno accompagnato la polverizzazione di miliardi di dollari dei piccoli azionisti. E l’asfissia dei mercati borsistici, accompagnata dalla distruzione dei risparmi, produce riduzione dei consumi e degli investimenti e quindi, se non depressione, “congiuntura negativa”, ha cioè conseguenze nefaste sull’economia reale. L’affermazione di un’etica degli affari diventa quindi necessaria proprio per salvaguardare condizioni di sviluppo economico.
Non è altresì vero che la globalizzazione dei mercati finanziari e la libera circolazione delle risorse in tempo reale costituiscano in sé un problema: come tutte le innovazioni possono rappresentare una minaccia o un’opportunità a seconda dell’uso che se ne fa. Esse costituiscono una minaccia per i principi di giustizia e quindi per la nostra idea di civiltà se lasciate in balìa del mercato, cioè della creazione di ricchezza non meglio qualificata, secondo l’utilitarismo classico. Ma possono costituire una decisiva opportunità di miglioramento delle condizioni di vita nel pianeta se indirizzate da istituzioni giuste, cioè finalizzate al rispetto dei principi di giustizia.

36. D’altra parte se è vero che lo scambio (e conseguentemente il mercato) è il modo più “giusto” di soddisfare le esigenze (rispetto alla supplica, alla minaccia, al ricatto, al furto), è anche vero che esistono esigenze non soddisfacibili attraverso lo scambio: esse riguardano gli interessi di ciascuno e possono essere raggruppate nel concetto di interesse generale. Si tratta della realizzazione delle condizioni necessarie a ciascuno per realizzare i propri scopi: il rispetto delle libertà fondamentali, la sicurezza, la protezione civile, la difesa, le relazioni internazionali. Una società “bene ordinata” (v. supra) può contare su istituzioni che garantiscono a tutti e in modo eguale di cogliere le proprie opportunità di vita. Esiste quindi, secondo noi, la necessità di uno Stato che assolva in modo efficace ed efficiente l’obbligo di tutelare gli interessi generali e spesso diffusi (cioè non rappresentati da specifici gruppi di individui). Ma, come motivato in questo documento, l’attuazione dei principi di giustizia richiede che le istituzioni intervengano direttamente per tutelare il diritto alla salute e all’istruzione (come rappresentati più sopra) e per favorire condizioni di piena occupazione (infrastrutture, informazioni, ricerca, politica economica, equa ripartizione degli oneri comuni, cioè lotta all’evasione e all’elusione fiscale). Quindi è giusto che lo Stato costruisca, possieda e gestisca ospedali, scuole, strade e ponti, che svolga funzione di assistenza nei confronti dei bisognosi, che garantisca il soddisfacimento dei bisogni di sussistenza dei disoccupati.
Ventesima tesi:
Il mercato è il migliore strumento in grado di favorire lo sviluppo economico, essendo il libero scambio fattore di ricchezza e l’interesse privato motore di crescita. Poiché, tuttavia, la redistribuzione realizzata autonomamente dal mercato non risponde ai principi di giustizia, è necessario definire un sistema di istituzioni, cioè di regole certe, sia a livello locale che a livello globale, in grado di determinare la redistribuzione necessaria all’equa eguaglianza delle opportunità.

37. Si tratta di funzioni e politiche che non possono essere devolute all’iniziativa privata e che devono essere finanziate mediante le risorse liberate dall’aumento dell’efficienza e dell’efficacia del settore pubblico, ma anche mediante il prelievo fiscale e/o l’indebitamento. In Italia l’indebitamento, almeno per alcuni anni, deve forzatamente ridursi nel rispetto degli accordi europei. Noi crediamo che gli impegni assunti con i partner europei vadano integralmente rispettati nell’interesse di tutti i cittadini, e non aggirati con artifizi contabili e finanza creativa.
D’altra parte, poiché non è realistico immaginare che la riqualificazione della spesa pubblica sia sufficiente a liberare le risorse necessarie alle politiche del welfare, a complemento lo Stato deve ricorrere al prelievo fiscale nella misura richiesta dall’attuazione in modo efficace ed efficiente di
quelle politiche. La condizione dell’efficienza deve essere perseguita con intransigenza in quanto il prelievo fiscale sottrae risorse all’economia privata alla quale sola riconosciamo la capacità di accrescere la ricchezza complessiva in un’economia di mercato. Tuttavia è anche vero che con altrettanta intransigenza intendiamo dovere dello Stato garantire i servizi di cui sopra. Quindi affermiamo la seguente ventunesima tesi:
Consideriamo giusto il minimo prelievo fiscale (variabile dipendente) necessario a finanziare le politiche del welfare come definite più sopra (variabile indipendente, in quanto destinate alla affermazione dei principi di equità sociale e di progresso irrinunciabili nella nostra composita idea di civiltà). Non prometteremo mai, pertanto, la mera riduzione del prelievo fiscale, se non come effetto dell’aumento dell’efficienza della Pubblica Amministrazione.

38. Anche il lavoratore non dipendente è titolare del diritto al lavoro come sopra definito, cioè il diritto a poter svolgere un’attività remunerativa in base alla propria attitudine. Con la differenza, rispetto al lavoro dipendente, che la remunerazione e la continuità non sono affatto garantite e sono anzi integralmente dipendenti dal successo della propria attività nel relativo mercato. E’ consapevolmente rischiosa la scelta dell’attività professionale o imprenditoriale, e quindi equa la logica del profitto.
D’altra parte, con riferimento al diritto al lavoro di cui sono titolari il libero professionista e l’imprenditore artigiano, agricolo, industriale o commerciale, il sistema italiano presenta alcune distorsioni che ne limitano la tutela:
a. Barriere all’entrata derivanti dalle inevitabili diseconomie di avviamento dell’attività. Le diseconomie creano tensione finanziaria, soprattutto se coniugate ad un prelievo fiscale insensibile a tali inevitabili squilibri.
b. Orientamento del sistema creditizio all’annullamento del rischio e quindi all’erogazione del credito solo in presenza di garanzie patrimoniali, a prescindere dalla redditività futura dell’investimento.
c. Alterazione della libera concorrenza derivante dalla mancata repressione di evasione ed elusione fiscale, che consente agli evasori di subire minori costi rispetto agli onesti.

39. L’effetto di tali distorsioni riduce l’opportunità di intraprendere e svolgere con successo un’attività imprenditoriale autonoma ai soli cittadini che dispongono di un patrimonio sufficiente alla costituzione di rilevanti “mezzi propri”, o di garanzie in grado di ottenere “mezzi di terzi”, necessari all’avviamento dell’attività; e tra questi cittadini, le probabilità di successo risultano maggiori per coloro i quali sono disposti a aggirare o violare le leggi. Questa è evidentemente una situazione ingiusta, che distribuisce
iniquamente opportunità di vita aumentando le ineguaglianze sociali derivanti dalle condizioni di partenza.
L’iniquità diventa ancor maggiore se si tiene conto dell’ipotesi di fallimento dell’attività imprenditoriale: in questo caso il fallito, colpevole di aver commesso errori di scelta o di gestione, o di aver subito eventi esterni o stocastici nocivi dell’equilibrio finanziario, viene privato di alcuni diritti di cittadinanza e relegato ai margini della comunità (senza che per questo risulti maggiormente tutelata la posizione dei creditori).
Molte cose devono allora cambiare per giungere ad una effettiva libertà di impresa, e affinché sia effettiva la concorrenza tra imprese: istituzioni giuste devono garantire regole certe e certamente applicate alla generalità degli attori; le condizioni ambientali (accesso al credito, servizi, mercati di approvvigionamento e di sbocco) devono essere liberate da ogni concentrazione in grado di alterare la libera concorrenza; investimenti pubblici (eventualmente integrati con capitale privato) devono garantire la realizzazione delle infrastrutture necessarie ad adeguare la struttura dei costi ai mercati internazionali.
Conclusioni
Una società più giusta è possibile. Ed è possibile immaginare una politica che persegua questo obbiettivo. Noi abbiamo cercato di individuare in questo documento i principi che caratterizzano la nostra concezione di giustizia. Riteniamo che tali principi siano utili ad esprimere giudizi sulla realtà attuale, ad indicare una direzione verso la quale indirizzare un programma, a definire, quindi, un’identità politica. Chiediamo a tutti i cittadini che condividono la nostra idea di aiutarci a diffonderla.

Una Risposta

  1. Ve faxi masa teghe mentali!!!
    Ciacolè massa e conbinè massa poco!

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